Simonetti (Csres), proposte per aree industriali post-sisma

punti apici 24/08/2011
ore 13:48
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BAS“Il dato relativo al livello occupazionale attuale nelle aree terremotate lucane è di 1.846 lavoratori diretti contro una previsione di 6062 posti di lavoro finanziati. Delle 107 aziende finanziate ne rimangono 67. Occorre dire che alcune aziende, tra quelle fallite o che non hanno mai aperto (circa 30) sono state riassegnate oppure occupate.
Al momento, in Basilicata ci sono circa 100 capannoni, o strutture similari, di cui una ventina finanziati da L.219/81 e i restanti da L.488/92 e alla L.64/74, non utilizzate o utilizzate parzialmente. Scorrendo l’elenco delle aziende emergono situazioni di spreco e di scarsissimo utilizzo. Significativi sono i casi della ex Abl di Balvano, 17.000 mq, ora 0 dipendenti,oppure la ex Ets di Tito, che occupava 250 lavoratori, adesso 22, l’incubatore di Sviluppo Basilicata o dipendenti. Molte aziende sono da anni in gestione fallimentare o sono state svuotate degli impianti. Si tratta di un enorme patrimonio di immobili e infrastrutture sprecato e non sostenuto da politiche industriali degne di questo nome. Anche la recente riassegnazione di suoli e strutture è fallita in uno con i bandi di reindustrializzazione. Si potrebbe fare diversamente mentre aumentano i lavoratori in cig o in mobilità”. E’ l’analisi di Pietro Simonetti, presidente del Centro studi e ricerche economico-sociali, operando ampie riflessioni e proposte su come salvare il patrimonio delle aziende del dopo-terremoto.
“La valutazione sugli esiti delle politiche industriali del post-terremoto – sottolinea Simonetti - comporta l’analisi di uno scenario che vede l’industria manifatturiera italiana, in particolare quella del Mezzogiorno, in una fase di difficoltà ma anche di forte ristrutturazione di processo e di prodotto”.
E aggiunge: “Nell’ambito del confronto attorno a una proposta di riutilizzo delle strutture del post-terremoto e realizzate con gli incentivi derivanti dalle leggi successive, specie nelle aree interne e del terremoto, è necessario delineare un modello di sviluppo che, tenuto conto del passato e degli effetti positivi e negativi,rafforzi la capacità delle forze politiche e delle parti sociali, con forti apporti dal basso dei centri di ricerca,di elaborare un progetto programmatico che ridia senso alla pianificazione. Ciò riguarda tanto l’uso del territorio quanto gli aspetti di accumulazione ,delle attività produttive e dei servizi e di un uso diverso delle risorse umane”.
“Mentre nelle altre aree italiane, in particolare del centro-nord, la caduta demografica viene compensata dai flussi migratori in entrata, anche con il contributo di una quota di giovani provenienti dal Mezzogiorno, nelle zone interne – continu Simonetti - i flussi migratori dall’estero sono di passaggio e sostanzialmente legati per un terzo ai lavori di cura degli assistenti domestici.
In Basilicata, su 42.000 lavoratori attualmente presenti (di cui l’80% in nero) la quota delle assistenti domestiche corrisponde a un dato più alto (circa la metà).
Tale situazione reclama con forza l’esigenza di un piano di ripopolamento, anche per riutilizzare le case sfitte dei centri storici dei piccoli comuni e per dotare di forza lavoro settori come quello agro-alimentare, quello delle costruzioni e dei servizi. Qui occorre creare uno strumento ad hoc: un’ agenzia di scopo che gestisca l’organizzazione dei flussi in entrata anche mediante accordi con i paesi terzi a partire da quelli rivieraschi del Mediterraneo.In questo momento in Italia ci sono 20.000 profughi richiedenti asilo, in Basilicata, nelle ultime settimane sono ospitati oltre 300 persone”.
“La rivendicazione di opere pubbliche faraoniche, di assi stradali frequentati da pochi, di aree artigianali senza artigiani, di aeroporti senza aerei e così via, deve lasciare il passo all’aggregazione dei servizi comunali e alla loro gestione, al rafforzamento del trasporto pubblico, alle misure di integrazione tra i territori.
La priorità strategica di questa progettualità non può che essere rappresentata dal superamento del digital divide, sia per l’hardware sia per il software, ma soprattutto per l’accesso veloce alla rete internet. In una situazione che vede sempre di più l’affermazione di transazioni commerciali e della firma digitale occorre prepararsi adeguatamente a reggere la sfida. La Basilicata lo fece con il Progetto “Un computer in ogni casa” (60000 stazioni informatiche fornite con carta servizi utilizzando le risorse del FSE). Andare oltre. Occorrono risorse finanziarie aggiuntive. Uno degli aspetti, nella fase della sindrome da tagli e retorica sul federalismo solidale, è rivendicare, ad esempio l’aumento delle royalties sul petrolio. Passare dal 7% a molto di più: il 50%, media mondiale delle royalties pagate, che per le aree interessate al progetto – conclude Simonetti - ammonterebbero ad almeno 500 milioni di euro all’anno. Nuove risorse e riutilizzo di quelle esistenti a partire dai capannoni industriali. Basta vedere l’elenco delle aziende per capire come sono utilizzate e il livello di saturazione. Occorre quindi un piano. Le risorse umane e materiali ci sono”.
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