San Fele, il sindaco Sperduto su accoglienza

punti apici 31/08/2018
ore 14:45
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“"In ognuno di noi / c'è un Cristo sconosciuto / da amare che si rivelerà" ... Si può pensare a questi versi scritti da Michele Pierri, il medico-poeta salentino che ebbe una relazione di profondo affetto con Alda Merini quando ci si sofferma sulla bella immagine letteraria e di profondo (utopico?) valore umano utilizzata giorni fa da Giuseppe Lupo, fresco di Premio Viareggio sulle colonne del Sole24 Ore a proposito del dibattuto tema dell'accoglienza e dei migranti: un Dio travestito nei panni del
migrante senza patria”.
Lo scrive il sindaco di San Fele Donato Speduto.
“Vero è, caro Professor Lupo, che la Chiesa e Cristo ci hanno insegnato ad accogliere. Ma è anche vero (ahimè) che quando quel Cristo sconosciuto riapparirà ci sarà ancora un Giuda ad aspettarlo. È il tradimento dell'uomo, condannato al furore e alla solitudine. Vorrei che noi tutti (in particolare noi amministratori e politici) leggessimo le riflessioni di Lupo. Un'analisi lucida e puntuale della nostra civiltà letteraria e culturale, delle nostre radici illuministiche con un sud di fondo, invisibile e presente, eterna metafora dello scontro-incontro tra passione e ragione”. “Dico questo – aggiunge Sperduto- da Sindaco di un piccolo paese, profondamente impegnato nell'accoglienza. Lupo fa, in effetti, uno scavo politico e culturale del problema, con la volontà di mettere a fuoco le esigenze del fenomeno, su cui ovviamente porre un'ulteriore debita riflessione di prospettiva per il futuro dell'Italia e dell'Europa, o meglio dell'Italia europea. C'è infatti, in quelle righe gremite di letture e di exempla, un paesaggio simile ad una strana macchia d'artiglio, a una realtà che non è solo realtà laica utile e necessaria alla politica, ma qualcosa che la trascende in un misterioso e pericoloso rapporto anomistico di bene e male, di amore e odio, di paura e indifferenza. È in questo fiato a fiato con il contrasto che vivono la chiesa (nel senso di comunità
e non di istituzione), della società, del mondo, che occorre recuperare una misura, un modus in rebus”. “Una "rivoluzione" della coscienza, che chiuda definitivamente (almeno per un certo periodo storico, giacché la storia è un continuo divenire, burrascoso e dialettico) il campo – conclude il sindaco -  alla coscienza della rivoluzione. Uno strumento di distensione e di concreti indirizzi operativi, che non pensino (da nessuna delle due parti) a far breccia tra i mass _media, ma ad affrontare , con responsabilità, il caso (usando un termine abusato: "l'emergenza") senza trascurare o trattare con indifferenza e con quel cinismo da politica muscolare chi mendica l'amore. E la vita”.

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