Iacovino (Fillea Cgil) su dati infortuni e morti sul lavoro

punti apici 21/09/2017
ore 10:41
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BAS

BAS"La tanta agognata ripresa economica, sembra essere accompagnata da un aumento delle assunzioni di lavoratori, facendo risalire il numero di infortuni e di morti sul lavoro. I risultati raggiunti negli anni passati ci fanno inevitabilmente dubitare dei progressi realizzati dal nostro Paese e dal nostro territorio nel mettere in sicurezza i cantieri edili .
Pensavamo - si legge in una nota della Fillea Cgil Basilicata -  che il trend negativo fosse alle spalle, invece dobbiamo registrare per la prima volta da un quarto di secolo, incidenti e morti aumentano entrambi nei primi sette mesi dell’anno: rispettivamente dell’1,3 e de 5,2 %. Ci sono stati nel passato innegabili progressi sulla prevenzione dei luoghi di lavoro, ci viene il sospetto che i controlli hanno subito una battuta d’arresto - e questo sembra sia successo durante gli anni della crisi – per alcuni è ovvio attendersi (adesso che la crisi è passata) che il maggior numero di ore lavorate ci consegni un proporzionale aumento di incidenti. Risulta difficile che il disoccupato di lungo corso che trova finalmente lavoro, anche se precario, si metta a discutere se in un cantiere non c’è una adeguata protezione contro gli infortuni o, che il documento di valutazione dei rischi sia solo un adempimento burocratico, contro le cadute dall’alto. Dietro ai numeri ci sono tante storie di lavoratori e delle precarie condizioni di lavoro e vita. Il dato sconcertante è che alla fine la lista delle morti “bianche”, torna tragicamente di attualità, allungando un’ombra sinistra sulla ripresa economica.
Le statistiche dell’Inail, l’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, testimoniano l’incremento di questa interminabile scia di morte sul lavoro. L’INAIL tratteggia una parabola ascendente tra gennaio e luglio, gli incidenti sul lavoro denunciati (ma non ancora riconosciuti come tali) sono stati 380.236, contro i 375.486 degli stessi mesi di un anno fa. I morti sono saliti da 562 a 591, ventinove in più. Le vittime ad oggi dunque: cinquecentonovantuno morti in sette mesi, quasi tre al giorno. Nella maggioranza dei casi (431) ha perso la vita sul posto di lavoro, gli altri 160 (in forte crescita) durante il tragitto da casa al posto di lavoro, cantiere. Ma non per tutte queste tragedie i superstiti riceveranno un indennizzo dall’Inail (in genere pari a metà della retribuzione): bisognerà dimostrare che l’infortunio è legato al lavoro svolto. E soprattutto che il lavoratore fosse iscritto all’Inail prima di perdere la vita. Di solito viene riconosciuto un 65% dei casi denunciati. Si presume dunque che saranno alla fine circa 380 gli incidenti mortali indennizzabili per i primi sette mesi dell’anno. Ma lo sapremo solo tra un anno".   «È come se il 35-40% di quei morti sparisse», commenta il segretario della Fillea CGIL, Enzo Iacovino, che da Potenza conduce una sua battaglia contro gli infortuni mortali sul lavoro. «Questo succede perché molti non sono iscritti all’Inail o sono in nero. Solo un esempio lampante: i pensionati schiacciati dai trattori in campagna. Sono già 105 dall’inizio dell’anno, ma ufficialmente non esistono». Del resto, non è una novità che moltissimi incidenti non solo non vengono indennizzati ma sfuggono del tutto alle stesse statistiche nazionali: infatti manca in Italia un ente pubblico incaricato di registrare la totalità degli infortunati, e non solo quelli iscritti all’Inail.
Le ragioni che hanno interrotto quella che i dati ufficiali hanno finora definito una caduta storica delle morti sul lavoro, anche se contestata da più parti. Negli ultimi sedici anni i decessi si sono più che dimezzati. E la maggior parte di questo crollo è avvenuto nell’ultimo quinquennio; merito del maggiore livello di conoscenza e di consapevolezza, merito della crescente automazione produttiva. E ad abbassare la frequenza degli incidenti ha contribuito anche la crisi economica. Ma se questo è l’andamento degli ultimi decenni, che cosa sta succedendo adesso? Perché per la prima volta aumentano sia la totalità degli infortuni sia le morti sul lavoro? «È chiaro – Afferma Iacovino- che la preoccupante crescita degli infortuni di questi mesi, si concentrata soprattutto nelle aree dove è maggiore la ripresa economica e produttiva del paese, anche se questo è solo parzialmente vero, molti infortuni non vengono nemmeno denunciati per paura di ritorsioni, quindi il dato è l’allentamento dell’applicazione del testo unico 81/08 , non penso che la ripresa dell’economia sia il fattore scatenante». Non voglio credere che più si lavora e si produce, più si è esposti al rischio di infortuni. Ed è tutta colpa della crescita?
Un modo per capire se e in che misura entrano in gioco altre cause, è quello di andare a vedere quante sono le morti sul posto di lavoro per ogni milione di occupati. Ossia tener fuori dal calcolo l’aumento dell’occupazione che si è verificato nell’ultimo anno. Nei primi sette mesi del 2016, le morti erano 18,6 per ogni milione di lavoratori. Nello stesso periodo di quest’anno sono salite a 19,2. Questo significa che gli infortuni mortali sono cresciuti anche a prescindere da quel po’ di ripresa che stiamo conoscendo. «La ripresa – dicono all’Inail – potrebbe avere avuto un ruolo, ma ci sono motivi più importanti per spiegare questo aumento degli infortuni, che tuttavia – è bene chiarirlo – non inverte affatto la caduta storica conosciuta negli ultimi decenni. Uno di questi motivi è l’età sempre più avanzata dei lavoratori, per via delle riforme pensionistiche: i riflessi e la lucidità diminuiscono, i rischi aumentano, l’A.PE. (Anticipo Pensionistico) non ha funzionato specie per gli edili , come abbiamo più volte denunciato; in questa Regione ne beneficieranno meno di 10 lavoratori su oltre 10.000 addetti.
Bisognerebbe ripensare all’organizzazione del lavoro nelle imprese, con regole nuove». In effetti quest’anno gli over 60 hanno subìto duemila infortuni in più e il 2% in più di morti sul lavoro. È possibile inoltre che soprattutto durante gli anni della crisi le imprese abbiamo investito meno nei sistemi di prevenzione. Non hanno investito in formazione sulla sicurezza e si sono limitati a mettere a posto le carte. Se a questo si aggiungono i limiti evidenti delle ispezioni e dei controlli pubblici, il quadro è quello di una politica anti-infortunistica ancora piena di buchi".

Bas 05

 

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