CONFESERCENTI: IN BASILICATA IN 4 ANNI +6,4 % BAR E RISTORANTI

punti apici 26/09/2016
ore 12:02
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AGRLa ripresa delle piccole e medie imprese anche in Basilicata parte da bar e ristoranti che nel giro di quattro anni segnano un incremento del 6,4 p.c., passando dalle 2.729 unità del 2012 alle 2.903 di agosto 2016, con un più 174 attività di settore. Lo riferisce Confesercenti precisando che è una performance in decisa controtendenza rispetto a quella registrata dalle imprese del commercio in sede fissa, diminuite nello stesso periodo del 3,5%.
Secondo Prospero Cassino, presidente Confesercenti Potenza, la “molla” dell’avvio di nuove attività imprenditoriale per i comparti esercizi pubblici e ristorazione è rappresentata soprattutto da giovani che decidono di dar vita ad esercizi in gran parte innovativi nell’offerta e che raccolgono le nuove tendenze che vanno dall’ happy hour all’apericena, al pub a tema, sino ai menù a base di sushi. Si punta a conquistare utenza senza comunque tralasciare la ristorazione tradizionale. Ma – aggiunge - le buone performance di bar e ristoranti non devono far credere che le difficoltà siano finite. All’aumento del numero di imprese, infatti, è corrisposto anche un aumento del livello di competizione, e le difficoltà si fanno ancora sentire: quasi un’impresa su due nel settore della ristorazione chiude entro i primi tre anni di vita.
Secondo il Centro Studi Confesercenti a trainare la crescita del settore, ancora una volta, è il Mezzogiorno: nelle Regioni meridionali e nelle Isole si contano oltre 11mila nuovi bar e ristoranti rispetto al 2012, con una crescita del 10,8%, decisamente superiore alla media italiana (+8,3%). Particolarmente notevole, nel sud, è l’incremento di bar e altri pubblici esercizi: nel periodo sono aumentati di 4.392 unità, con una velocità (+9,4%) più che doppia rispetto a quella del totale del Paese (+4,5%). A livello regionale, il boom di bar e ristoranti è guidato dalla Sicilia (+13,8%), seguita da Campania (+12%), Lazio (+10,6%), Puglia (+9,6%) e Toscana (+9,4%).

A spingere l’aumento delle imprese sono diversi fattori. Economici, ma anche culturali e sociali: a contrario infatti di quanto avvenuto per i prodotti di moda, che non sembrano più nel cuore degli italiani, la passione per l’enogastronomia non ha dato cenni di frenata. Anzi: la propensione culturale (ben visibile anche nei programmi televisivi), il progressivo cambiamento delle abitudini, la crescente presenza delle donne sul mercato di lavoro e la riduzione dei componenti dei nuclei familiari hanno portato i nostri concittadini a mangiare sempre più spesso fuori casa: la spesa in servizi di ristorazione sul territorio nazionale è infatti passata da 52,3 miliardi di euro del 2001 ai 76,4 miliardi del 2015 (+46%).

L’andamento della spesa degli italiani si riflette anche sul tessuto imprenditoriale e che sta cambiando l’organizzazione commerciale dei nostri centri urbani: se nel 1991 ristoranti e bar costituivano il 19% delle attività commerciali, nel 2016 la quota ha raggiunto il 37%: 20% ristoranti e 17% bar. A crescere sono stati soprattutto i ristoranti, quasi quadruplicati in 25 anni. Ad accelerare la progressiva ‘sostituzione’ delle imprese del commercio al dettaglio con i pubblici esercizi, negli anni recenti, ci ha pensato anche la crisi dei consumi. Dal 2012 ad oggi, infatti, il saldo di aperture e chiusure di impresa nel commercio al dettaglio in sede fissa è negativo per oltre 96mila unità. Grave è stata in particolare la riduzione di imprese di commercio al dettaglio moda, che nello stesso periodo calano di 9.518 unità (-7%).
“Le attività di ristorazione sono un’eccellenza italiane, erede di una ricca tradizione gastronomica e di un saper fare unico al mondo”, spiega Mauro Bussoni, Segretario Generale Confesercenti. “E’ uno dei comparti di eccellenza italiani, ben posizionato per svolgere il ruolo di volano per la crescita, soprattutto occupazionale: sono infatti moltissimi i giovani che vorrebbero un ruolo nella ristorazione, dal bartender allo chef, come dimostra la quantità di ragazzi che sceglie l’Istituto Alberghiero, quasi 50mila dagli ultimi dati disponibili, il secondo indirizzo dopo il liceo scientifico. Le difficoltà sono però molte, come dimostra l’alta percentuale di imprese che cessa entro i primi anni di attività. A pesare sono in primo luogo le tasse, che tra Imu e Tari sono particolarmente esose per ristoranti e bar. Ma per allungare il ciclo di vita delle imprese non serve solo meno fisco, ma anche più formazione: è un settore estremamente competitivo, dove non ci si può improvvisare: chi non si forma non avrà chance di successo”.
bas04 

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